racconto di Natale di Anna Ventrella

Un racconto di Natale: la signora del terzo piano

Posted: 3 Dicembre 2018 by AnnaVentrella

Questo che stai per leggere è un racconto di Natale che narra la storia di una bizzarra signora, sempre abbigliata con colori chiari e una ragazzina molto curiosa di nome Alice.

Alice, giovane ragazza di quindici anni, vuole a tutti i costi scoprire cosa c’è dietro la porta di casa blu del terzo piano e perché la signora che ci abita, è sempre così felice quando arriva fine novembre. 

Come ogni anno la signora del terzo piano cominciava ad essere più felice ogni volta che la fine di novembre si avvicinava. Io sapevo benissimo il perché, erano anni che la osservavo. A stento ci salutavamo la mattina nell’ascensore. Era una di quelle donne dall’aspetto un po’ triste e indossava sempre abiti di colore chiaro. Mi aveva colpito subito fin dalla prima volta che l’avevo vista.

Ero con mia madre in ascensore, tornavamo da una delle nostre solite passeggiate folli. Prima in lavanderia, dove puntualmente mia madre trascorreva una buona trentina di minuti a parlare con la proprietaria di ville al mare, che nessuna delle due, tra l’altro, poteva permettersi. Loro, però, amavano sognare e lo facevano insieme.

Dopo un paio d’ore nella vecchia ma accogliente lavanderia, all’angolo tra il mio negozio di dolci preferito e quello di abiti da sposa che guardavo sempre con molta ammirazione, c’era casa di mia zia. Quel giorno ci dirigemmo anche a casa sua, poi comprammo una cioccolata calda e fumante e ci incamminammo verso casa.

In ascensore incontrammo la signora del terzo piano.

Ricordo la scena come se fosse ieri. Lei aveva un’espressione sognante, quasi come se non appartenesse a quel mondo, a quel tempo e a quel momento. Un ascensore di quelli un po’ vecchiotti, con la panca e lo specchio, tipici dei bei palazzi di una volta, ci portava lentamente tutte e tre verso il terzo piano.

Il nostro era il quinto, ma quella volta, e forse per la prima volta, io vidi la signora del terzo piano.

Indossava un cappotto bianco lungo e un pullover bianco con dei pantaloni grigi. Mi colpì per la sua incredibile semplicità ed eleganza. I capelli avevano il colore della paglia, mischiato a quello dell’oro e li portava sempre alti, ordinati e raccolti con un pettinino di quelli color dell’ambra. Mi resi conto presto che il suo modo di presentarsi era sempre lo stesso: capelli alti, abiti di colori molto chiari e pantaloni scuri. Aveva quel fascino delle donne di classe di una volta, che però si erano convertite ad una nuova forma di indipendenza femminile piuttosto schematica.

Il suo era un profumo dolce, alla vaniglia e sul suo viso c’era un sorriso di circostanza, appena abbozzato. Quel giorno ricordo che mia madre ed io eravamo più in disordine rispetto al solito ed io giuro di aver temuto che la mia cioccolata calda e fumante, si versasse su quel bel cappotto bianco e candido.

Ricordo di non averne bevuto nemmeno un sorso per l’ansia. Mia madre anche era in silenzio. Lei non sopportava di essere sorpresa così in disordine. Mia madre era una di quelle donne sempre in ordine, che raramente venivano colte di sorpresa con un capello fuori posto.

Facemmo insieme quel viaggio. Durò 2 minuti. Il tempo esatto che ci mette il bus sotto casa mia ad arrivare a quella di mia zia. Due minuti lunghissimi, ma dolcissimi, con quel misto di profumi di cioccolato e vaniglia.

“Buonasera” – disse la signora del terzo piano, girandosi verso di noi con un’aria incredibilmente seria e signorile.

“…buonasera…”- rispondemmo mia madre ed io con un po’ in soggezione. La sua voce era come una nota musicale di quelle perfette, che se accostate con altre su di uno spartito, producono un’audace melodia. Leggera, con un tono quieto e sereno ma allo stesso tempo così malinconico.

Negli anni seguenti la incontrai tante altre volte in ascensore, ma mai più di un buonasera. Sempre gli stessi colori degli abiti, i capelli biondi pettinati allo stesso modo e lo stesso tono di voce, pacato e malinconico. Ogni volta che la vedevo però, notavo un particolare nuovo che le altre volte mi era sfuggito. Ci ho impiegato due anni ad inquadrare tutti i particolari dell’abbigliamento della signora del terzo piano, ma il fatto di non sapere niente di suo, mi infastidiva. Qual era il suo nome? Che cosa faceva tutto il giorno? Chi era?

Dopo tutto viveva nel nostro palazzo. Dovevo sapere. Ora ero abbastanza grande per chiedere.

La curiosità, che mi ha sempre caratterizzata, mi fece andare dritto dal portiere, una mattina prima di dirigermi a scuola. Avevo un buon rapporto con il portiere. Si chiamava Pasquale, era un po’ grassottello ma aveva un’espressione del viso così divertente, che era impossibile non volergli bene. Era bassino e che io lo ricordi, ha sempre avuto i baffi bianchi e l’aspetto da uomo panciuto un po’ goffo, con quella sua camminata così particolare.

“Pasquale buongiorno, ma la signora del terzo piano perché a fine novembre è sempre così felice?”

Pasquale, che non mi aveva vista, sentì arrivare la mia domanda nell’aria, all’improvviso e si spaventò. Cadde a terra il suo panino ripieno di succulente leccornie culinarie che poco si adattavano a quell’ora del mattino. Lui, imbarazzatissimo, si chinò a raccoglierlo per nasconderlo. Non avrebbe potuto mangiare durante le ore di servizio.

“oh…signorina Alice, mi scusi…non l’avevo proprio vista.” – pose tutto frettolosamente via e mi corse incontro per aprirmi la porta.

“…stia tranquillo Pasquale, con me non c’è necessità di nascondere il suo spuntino. Lo sa…mangi pure” .

Adoravo quel portiere, era come avere Babbo Natale tutto l’anno, solo non vestito di rosso.

Quando qualche anno più tardi venne a mancare, tutto il palazzo andò al suo funerale. Era un uomo buono, allegro e sempre disponibile. Adorava ascoltare jazz e con sua moglie, la domenica mattina, spesso ballava in cortile. Lo guardavamo tutti con ammirazione, il suo amore per la moglie era totale. Ricordo di aver sperato di avere quello stesso tipo di amore anche io da grande.

“Beh signorina cosa mi stava chiedendo…?”

“Come mai la signora del terzo piano è così silenziosa tutto l’anno e poi a fine novembre è così felice”.

“Signorina Alice, come mai me lo domanda?”

“Sono anni che noto questa cosa e vorrei tanto conoscerla meglio. Lei la conosce da tanto?”

“…eh mia cara signorina Alice, sì. Avevo appena diciassette anni quando sono arrivato qui con la mia famiglia. Lei era una bellissima bambina bionda sempre sorridente, molto amata dalla famiglia. Allegra e gioiosa. Poi è cresciuta ha cambiato casa e vita e quando è ritornata qui, dopo la morte dei genitori, non era più la stessa…”

“Caspita…allora è proprio tanto che la conosce…e il nome?”

“Signorina Alice ma è ora di andare a scuola…su su, deve correre o fa tardi. Si copra bene, fa freddo” – mi strinse la sciarpa e mi mise il cappello che avevo in mano in testa. Mi sorrise ma non rispose alla mia domanda.

“…va bene ha ragione Pasquale, corro…buona giornata a dopo”

“Faccia una splendida giornata signorina Alice e si ricordi di sorridere, è importante” – me lo diceva sempre, ogni mattina.

Affermava che bisognasse sorridere di più, perché era solo così che il mondo ti sorrideva. Non l’ho mai dimenticato questo insegnamento.

Quella stessa giornata tornai un po’ prima da scuola. Avevo educazione fisica all’ultima ora, ma quella settimana la saltai. Non ero stata bene, avevo avuto la febbre da pochissimo e mia madre, che era sempre stata troppo apprensiva, decise che quell’ora di educazione fisica, potevo e dovevo risparmiarmela. Aveva firmato un permesso per farmi andare via prima da scuola.

Il sole era splendente in cielo e ricordo di aver pensato, mentre camminavo per le strade della mia città, riempite solo dal rumore delle risate dei commercianti, che ero davvero fortunata: stava per arrivare il Natale e io adoravo quella festa dell’anno.

Tutto per me era magia. La musica, i colori, i profumi delle caldarroste in mezzo alle strade, le cioccolate calde. Quello poi era il primo anno che ero fidanzata e tutto, quindi, sarebbe stato meraviglioso. Il mio fidanzato ed io ci amavamo, impazzivamo l’uno per l’altra. I nostri baci sapevano di buono, erano così intensi e profondi che ogni volta ci dimenticavamo del mondo intorno a noi.

Quel natale avremmo dovuto fare l’amore per la prima volta. Il problema è che non avevamo un luogo dove andare. Così era un po’ che finivamo le nostre serate a baciarci, aspettando che l’occasione giusta si presentesse a noi. Volevamo che fosse tutto romantico.

D’improvviso mi ricordai della signora del terzo piano. Ero tornata prima da scuola e Pasquale era in pausa pranzo. Così feci una corsa a casa. Entrai nel palazzo, era tutto silenzioso.

Ricordo di aver fatto quelle scale di due gradini in due, con il fiato che diventava sempre più corto ma profondamente animata dal mio senso di curiosità. Eccomi, ero arrivata. Conoscevo la porta di casa della signora del terzo piano. Era riconoscibile perché era l’unica che già a fine novembre aveva una coroncina di vischio e un nastrino rosso alla porta.

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Mi avvicinai e appoggiai l’orecchio alla porta di legno blu, in cerca di un rumore o un segno, ma niente. Silenzio assoluto. Io sapevo che quella signora non lavorava e che a quell’ora di certo era in casa. Lo sapevo perché lei era l’unica che pranzava puntuale alle 12.30. Ogni volta che tornavo da scuola, il profumo dei suoi deliziosi piatti riempivano il palazzo.

Erano odori buoni, come quelli del pane fresco al mattino, quando passavo davanti al panettiere sotto casa. Inebriante era l’odore di quel sugo, proveniente dall’appartamento della signora del terzo piano, a tal punto che avevo voglia di bussare a quella porta e domandarle di essere invitata a pranzo. Quel giorno, però, nessun rumore animava il pianerottolo, solo un odore buonissimo.

All’improvviso un rumore fortissimo, come di 10 pacchi di cartone con all’interno qualcosa, mi svegliò dal mio sogno di curiosità. Era il postino che aveva trovato il portone del palazzo aperto. Mi ricordai che nella fretta non mi ero assicurata di averlo chiuso e questo era un problema, se quello non fosse stato il postino ma un malintenzionato.

Rimasi immobile su quel pianerottolo. Immaginavo la faccia di mia madre alla lettura della notizia sui giornali: “Ragazza di 15 anni rapita in pieno giorno nel suo stesso palazzo”…

Panico. Cuore che batteva all’impazzata. Poi, ecco comparire dinanzi a me il postino. Lui non si accorse subito di me, aveva la testa china sul cognome del pacco. Lo aveva letto probabilmente sul tabellone dell’androne che il numero era il 7 al terzo piano.

Alzò la testa e mi vide.

“Oh buongiorno signorina, sa per caso chi è la signora Curillo?”

“…buongiorno…No, mai sentita…”

“ …capisco, ma lei non vive qui scusi?” Domanda legittima, d’altronde vivevo lì da 15 anni, dovevo saperne qualcosa ma niente, panico. Non era abitudine della mia famiglia fare amicizia con tutti i condomini.

“Buongiorno… Alice, suvvia non sai chi sono?” – di colpo questa voce alle mie spalle mi spaventò, non avevo sentito una porta aprirsi. Poi, in pochi minuti ricordai che alle mie spalle poteva esserci solo la casa della signora del terzo piano. Subito mi domandai come faceva a conoscere il mio nome.

“…signora Curillo?…” – ecco sapevo il cognome della signora misteriosa e lei a quanto pare mi conosceva benissimo.

“sì Alice…suvvia. Prego, dia a me il pacco…è proprio quello che credo?”

“sì…ha visto che ce l’abbiamo fatta?”

“Meraviglioso, davvero. Grazie”.

Assistetti a questa conversazione come quando si guarda un film assorti. Era la prima volta che sentivo la signora del terzo piano dire una parola diversa da buonasera. Poi era così allegra. Indossava una tuta bianca e questa volta i capelli erano sciolti. Aveva delle simpatiche pantofole color beige. Era la prima volta che la vedevo un po’ in disordine, ne rimasi affascinata. Ne approfittai e diedi un rapido sguardo all’ingresso della casa.

Intravidi delle luci e del rosso. Una luce forte, quella del sole, entrava nell’ingresso e rifletteva le altre luci colorate in casa, facendo sembrare tutto più magico.

“Alice…ma come mai non sei a scuola?” – di nuovo il mio nome, ma ora mi faceva piacere sentirlo da lei. Conosceva anche i miei orari di scuola, insomma lei sapeva più di quanto io non pensassi di me.

“Beh…ho saltato l’ultima ora di scuola…- poi feci un balzo come a voler giustificare la cosa immediatamente – ma mamma lo sa…”

“…ah, ok. Bene avrai avuto dei buoni motivi per saltare un’ora. Beh ora va a casa, no?”

“Sì, giusto… vado” – un altro rapido sguardo, all’ingresso ma questa volta la signora del terzo piano se ne rese conto, così fece due passi indietro e con il mano il pacco accostò la porta.

“Alice va ora, su”.

Educatamente salutai, ma da quel momento la signora del terzo piano avrebbe avuto un altro aspetto…ora dovevo proprio sapere che cosa c’era in quel pacco, tanto da renderla così felice e perché a fine novembre vedevo già gli addobbi natalizi in casa sua.

“Vado, buona giornata…”

“Ciao Alice”.

—> Continua nella seconda parte

Perché lo storytelling funziona quando devi attirare l’attenzione del possibile cliente

Il racconto ti sta coinvolgendo?

Se sì, allora stai assaporando la bellezza dello storytelling abbinato alla creatività. È questo l’effetto che fa una narrazione sui possibili clienti.

Come lo so? Te lo dimostro subito.

Scommetto che ricordi benissimo il nome della bambina protagonista del racconto. Ho ragione? Immagina se nel mio racconto avessi citato un brand specifico, strettamente connesso al contesto narrativo. Te lo saresti ricordato, perché sei coinvolto. È esattamente a questo che devi puntare quando usi lo storytelling nella tua comunicazione: devi coinvolgere il tuo pubblico, fare in modo che senta sulla sua pelle il brivido di un testo scritto per essere letto fino all’ultima parola. Devi agganciare l’attenzione delle persone che ti leggono, perché è proprio nel momento in cui si sentiranno più coinvolte che sceglieranno te, il tuo prodotto o il tuo servizio.

Nella seconda parte del mio racconto accadranno tante cose. Si capirà chi è la signora del terzo piano e come cambierà per sempre la vita di Alice. Il mio è un racconto di Natale un po’ diverso dal solito, ma sono sicura che ti piacerà.

Non ti resta che seguirmi. In questa settimana pubblicherò la seconda parte.